Parigi. Una città in cui essere felici (prima parte)

Ott 2nd

Intenzioni e coincidenze. Intenzioni, perché volevo andare a Parigi da sempre e quest’anno era quello giusto, o forse quello sbagliato. Ma non importava: era quello in cui andarci.

Coincidenze: leggere Alla Ricerca del tempo perduto e trovarsi quasi alla fine del libro proprio mentre si è a Parigi. Quando le intenzioni e le coincidenze finiscono per collidere, succedono cose strane. E così potrei quasi giurare di aver visto Albertine uscire con l’autista, per dirigersi verso il Trocadero o, imbattendomi n un vestito rosso con stivaletti pendant, sono praticamente certa di aver incontrato la Contessa di Guermantes.

Parigi è bella, bellissima. Lo sapevo, lo immaginavo ma non me la aspettavo così. E’ stata la prima città in assoluto, fra quelle che ho visto, in cui mi ci sono immaginata, in cui avrei potuto viverci da subito, di cui ho sentito la mancanza da primo passo fatto all’aeroporto, perché sapevo che dopo 5 giorni l’avrei fatto nella direzione opposta.

E sono passati dei giorni, ormai parecchi, ma ogni tanto mi sembra di essere a Marais, a girare fra quelle strade. Non so quando, ma tornerò. Ah, sì, sarete i primi a saperlo.

Che poi, diciamola tutta: cinque giorni di vacanze ma solo due e mezzo a Parigi, perché una parte consistente della famiglia ha preteso lo stesso tempo a Disneyland. Cosa non si fa per i figli.

E dire che il tempo fuggiva. Notre Dame, la prima tappa importante. Strano vederla con un cielo turchese e un sole che ricordava il nostro Sud. Dall’esterno ci è quasi sembrata allegra. I gargoyle stavano lì e avevano quasi un’aria bonaria: praticamente Albertino e La Pasionaria si sono messi a cantare tutto il Cartone con Quasimodo, mentre hanno scoperto con felicità che vendevano una medaglia in ricordo di Notre Dame. La medaglietta doveva essere nostra. Le luci e il buio della cattedrale, anche.

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Sainte Chapelle, come si faceva a non darci un’occhiata? Armati di pazienza, siamo entrati in un posto senza mura. Solo luce colorata ovunque e comunque. E con, cosa ancora più importante, la seconda medaglia della giornata. Scopriamo quindi, che tutti i posti importanti di Parigi hanno una medaglietta fatta apposta per togliere un paio di euro ai genitori e dare tanta soddisfazione ai bambini.

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E poi, lei. Ad un appuntamento con una bella signora, potevamo mancare? No, nonostante la stanchezza, le file, e La Pasionaria che si lamentava..ma la Gioconda meritava tutto il nostro entusiasmo e la nostra ammirazione. Incantati ed emozionati. Albertino per primo. Si era preparato a questo appuntamento, cui teneva particolarmente, con tanto di libro ad hoc sull’argomento, che ha voluto leggere un paio di volte. E siamo rimasti lì a guardarla, in mezzo alla folla, dato che la signora in questione ha un mare di spasimanti, con un groppo in gola. E’ splendida, senza dubbio. E Albertino, uscendo dalla sala, mi diceva “mamma, guarda, mi segue ovunque e sembra che mi prende un po’ in giro, la vedi??”. Ci siamo persi ad ammirare le bellezze del Louvre, anche se per troppo poco tempo. Uno dei motivi per cui tornare a Parigi.

Ah, anche al Louvre l’acquisto della medaglietta era ormai d’obbligo. La collezione si accresce.

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Giornata in dirittura di arrivo e stravolgimenti vari, non mi hanno impedito di mollare i derelitti in albergo e di dirigermi, praticamente correndo, verso uno dei santuari di Parigi, ovvero un negozietto che vi mostro di seguito.

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Ebbene sì, Eclair de genie di Christophe Adam. E lo sdilinquimento è stato quasi pari a quello provato al Louvre. Quegli eclair vanno visti prima e portati via tutti poi. Onestamente è difficile raccontarne la bontà. Eleganza da vendere, ognuno è perfetto e costruito come una piccola opera d’arte. Nulla è lasciato al caso ma sempre curato nel dettaglio. Ed il sapore. Ecco, parliamo del sapore.

Se per caso aveste il dubbio che tale perfezione formale sia accompagnata da una certa freddezza del dolce, tanto da indurvi a pensare “ma una bella crostata non è meglio?”, no, vi posso dire che non è così. Io ne ho presi solo 4 (portandomi però dietro un altro simpatico souvenir del negozio), confezionati come potete vedere. Pensavo, con somma soddisfazione, di darmi alla pazza gioia, una volta arrivata in albergo. E invece, il resto della famiglia si era ripresa dalle fatiche del pomeriggio e non ha affatto disdegnato provare questi famosissimi eclair. C’è una certa personcina in particolare, quella più piccola e pestifera di casa, che si è letteralmente innamorata  del MIO eclair noisette, che mio non è più stato, a meno di un misero morso. Ma tutti, tutti davvero seducenti al primo assaggio. Perché diciamolo: assaggi un eclair, quasi con una punta di diffidenza, pensando a quanto saranno esagerati sti francesi e mandi giù benedicendo la mamma di Chirs Adam e trattenendo lacrime di commozione. Ma il mugolio, quello, non lo trattieni.

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Il mio souvenir adorato era, neanche a dirlo, il suo libro, che, ovviamente, ho messo in pratica e continuerò a mettere in pratica anche in futuro.

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La volete una ricetta di Christophe Adam, tanto per concludere degnamente questa prima parte del viaggio a Parigi??Sì??

premetto: per il glacage serve una certa quantità di gelatina in polvere: io ne avevo metà e non ho voluto attendere di ricomprarla ma ho sbagliato: serve tutta!!!

Eccola qui:

Composizione:

Eclair au chocolat chuao Grand cru

250 g di pate a chux

450 g di crema al cioccolato grand cru

100 g di glacage noir

120 g di streusel al cacao

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Vi aspetto per le prossime puntate (con ricetta parigina annessa)!

About the Author,

Maria Grazia Viscito, alias Caris, 39 anni, ingegnere, di Roma, con una grande passione per il cibo e la fotografia, cucina "per legittima difesa"